sottotitolo: come sbagliare anche le frasi fatte.
anche se qua non è riportato, c’è una frase fatta a cui, fino a circa 5 minuti fa, davo un’altra interpretazione.
comunque, a prescindere, sabato ero a ferrara per la serata della tempesta, nota etichetta rinomata con alcuni dei nomi grossi della scena indie rock italiana.
ma andiamo per ordine: come direbbe il mio datore di lavoro “pingent”, ovvero “pieno di gente”. c’era veramente tanta gente e la fila per il biglietto era lunghissima (mica avevo fatto una fila così lunga per i flaming lips o per i kraftwerk, sempre nella stessa piazza)
cosa positivissima la mega affluenza di tutte queste persone, per i gruppi intendo, ma non tanto per me. gruppi che di solito vedo in concerti con tipo 30 persone (che poi vabbè, ti vedono e ti saluta dal palco che fa tanto indiesnob).
gli altro non ho fatto in tempo a vederli perchè dopo pranzo ho fatto una pennica sul divano di un mio amico e quindi sono arrivato tardi, tardi anche per i cosmetic di cui ho potuto solo sentire l’ultima canzone e vedere dj cassetto lanciarsi sulla batteria (che fa tanto anni 90 e quindi un po’ ci piace). poi è stato il momento dei uochi toki sul palco enorme davanti a migliaia di persone, roba mai vista (l’ultima volta che ho visto i uochi toki eravamo in un baretto di cattolica con tipo 12 persone e ci conoscevamo tutti), bella botta deve essere stata per loro e belle botte anche le bordate elettroniche dalla drum machine di rico.
a seguire i pan del diavolo di cui ignoro qualsiasi cosa ma, vista la ressa per entrare nel castello, e vista l’ora, e visto gli sconsigli di gente più o meno fidata: via a smangiare qualcosa per cena (in realtà una coca in orario aperitivo e patatine e spuntini a rovinare una vera e propria cena). un pasto frugale più o meno veloce per tornare in tempo, spinti da cuoriosità, a vedersi i sick tamburo che però se mi fermavo a cenare per bene in qualche posto a me li perdevo era più o meno uguale. me ne avevano parlato bene ma devo solo ricordare chi era stato… no perchè vabbè, se a 16-18 anni ti ascolti i prozac+ e dici “ah si, carini” a 30 anni non dovresti avvicinarti ai sick tamburo. che poi ok, ma i prozac+ erano un pelo più godibili per il fatto di usare il falsetto in alcuni pezzi che almeno cercava di introdurre un qualcosina di nuovo ad un genere che oramai, nel 2010 intendo, dovrebbe un po’ andasdpvajsdij’coxwjsdfp…
si decide anche di saltare gli zen circus visto che, almeno a me, non ispirano niente di buono e anche perchè è praticamente impossibile entrare nel castello, e poi col titolo del loro ultimo lavoro recensiscono bene i sick tamburo.
poi moltheni che tempo fa aveva dichiarato di voler smettere di suonare ma ancora è li che fa le sue canzonette da figlioccio di carmen consoli a cui aggiunge un pezzo sull’italia che manco il pezzo di pupo e filiberto a sanremo (c’era anche un terzo ma presumo che nessuno se ne ricordi). moltheni mi è sempre stato antipatico da quella volta che mi ha spintonato per passarmi avanti facendo la fila al reading di emidio clementi di non so quanti hanno fa a frequenze disturbate perchè aveva il pass… ce l’avevo anche io il pass ma mica mi dava il diritto di essere maleducato, e lo dice uno che è stato minacciato da un ex banchiere che voleva fargli un verbale, appunto, per maleducazione… ma è un’altra storia… ma #truestory…
giorgio canali non mi ha mai convinto e un gruppo che si chiama rossofuoco mi convince ancora meno, e insieme al caldo e alla stanchezza mi convincono a rimanere seduto sul ciottolato rotondo della piazza senza tentare di entrare nel castello.
e salgono sul palco i tre allegri ragazzi morti che seguo solo perchè leggevo i fumetti e compravo i loro cd quando ero ggiovane, e infatti l’album reggae non l’ho preso perchè, semplicemente, non sono capaci di fare reggae o comunque non gli viene bene. tutti i pezzi vecchi me li sono ascoltati con gusto, ma di sicuro non è musica da trentenni
e arriva il caso le luci della centrale elettrica, tanto discusso e osannato dalla critica ma non da me e dai miei conoscenti fidati. molto evocativi i crescendo di chitarra ma non capisco il consenso del pubblico al pezzo di canzone che dico “invidiare le ciminiere perchè hanno sempre da fumare”. di sicuro mi sarebbe piaciuto molto se fosse esistito ai tempi in cui ero un fan sfegatato dei massimo volume (che poi è arrivato mimì sul palco a leggere un pezzo di qualcosa), intendo i massimo volume dei tempi d’oro.
e finalmente arriva il gruppo che aspettavo e che ha suonato anche vicino a me più volte ma che mi sono sempre perso. il teatro degli orrori. diciamo piuttosto che io mi ero sbattuto 2 ore di macchina per vedere loro e i fine before you came che, come tutti sapere, non c’erano in quanto il batterista si è schiantato il braccio. e i loro ultimi dischi mi hanno aiutato in quel pezzo di vita terribile dopo che persone, rivelatesi a posteriori terribili, ti dicono cose terribili. canzoni che fanno un po’ male ma, per questo, fanno anche un po’ bene.
ma a prescindere dai gusti personali, la tempesta ha un sacco di gruppi che vendono e che tirano parecchio nel panorama indie italiano, e poi questo eventone che conferma tutto. tanta/troppa gente e quindi positivissimo.
e poi name dropping a manetta tra il pubblico di gente e amici che vedo solo a questi eventi il che fa tutto folklore e ripaga il tempo speso sull’autostrada con l’aria condizionata e il conseguente mal di collo.
poi, dopo una dormitona rigenerativa, un giro deludente allo “speciale fumetto” della fiera dell’antiquariato di fano (deludente perchè pochissima roba e pochissima scelta, tant’è che ho comprato per disperazione una raccolta della justice league e un monografico sull’uomo ragno), sono andato a vedere jocelyn pulsar dalla cira a pesaro. a parte la poca gente e anche un pelo maleducata, jocelyn pulsar ha eseguito una cover struggentissima, eccola:
che se non la riconoscete… non importa (bello anche il pezzo sulla tassoni)